Jan Fabre, Untitled - Self-Portrait, 1988, galleria Il Ponte, Firenze
Jan Fabre, Rhinoceros beetle in state of war (Metamorfoses), 1992, galleria Il Ponte, Firenze
Jan Fabre, Untitled, 1994, galleria Il Ponte, Firenze
Jan Fabre, Untitled, 1994, galleria Il Ponte, Firenze_2
Jan Fabre, Armour (Breast), 1997, galleria Il Ponte, Firenze
Jan Fabre, Armour (Breast), 1997, galleria Il Ponte, Firenze
Jan Fabre, Armour (Leg), 1997, galleria Il Ponte, Firenze
Jan Fabre, Armour (Arm), 1997, galleria Il Ponte, Firenze
Jan Fabre, Salvator Mundi, 1998, galleria Il Ponte, Firenze
Jan Fabre, Skull with Magpie, 2001, galleria Il Ponte, Firenze
Jan Fabre, Skull with Whip, 2013, galleria Il Ponte, Firenze
Jan Fabre, Skull with Keys of Hell, 2013, galleria Il Ponte, Firenze
JAN FABRE Mostra 2015
Close up 2016
Catalogo

Fin dai suoi esordi Jan Fabre, nato nel 1958 ad Anversa dove ancora oggi vive e lavora, ha condotto una ricerca che, attraverso riferimenti a dimensioni spazio-temporali differenti e mediante la creazione di un personale universo costellato di molteplici figure simboliche, mira a scoprire il segreto della bellezza, recuperando il sapere archetipico e primitivo ormai perduto dalla società odierna. Per farlo, utilizza una pluralità di media capaci di visualizzare le idee fondative della sua arte: la centralità del corpo nei suoi aspetti fisiologici, intellettivi e simbolici; il primato del disegno quale strumento di conoscenza del corpo; e la possibilità di interscambio (o metamorfosi) tra arte e scienza, uomo e animale, vita e morte.
Dopo aver studiato ad Anversa all’Istituto Municipale di Arti Decorative e Artigianato e all’Académie Royale des Beaux-Arts, nella seconda metà degli anni Settanta Fabre intraprende la sua vita come artista visivo, scrittore, regista, coreografo e scenografo teatrale.
Nel 1976, ad Anversa, realizza le sue prime performances, seguite poi da azioni come Money Performance (1980), durante la quale scrive con le ceneri della cartamoneta prestata dagli spettatori le parole “ART”, “money” e “honey”, per svolgere una riflessione sulla mercificazione dell’arte. Risale al 1980 il suo primo spettacolo (Theatre written with a K is a tomcat) che esplora la possibile materializzazione di un testo scritto, capace di trasformarsi di volta in volta in elemento grafico, linguaggio parlato e atto dello scrivere a macchina il copione recitato. Convinto che l’arte sia una sorta di rito collettivo da svolgere mediante il corpo, Fabre ha sviluppato le sue pièces teatrali fino a This is theatre as it was to be expected and foreseen (1982, della durata di otto ore) e The power of theatrical madness (1984, della durata di quattro ore, presentato in occasione della Biennale di Venezia), che ha rappresentato il suo definitivo riconoscimento internazionale. Portando un corpo reale, un tempo reale e un’azione reale sul palcoscenico, ha cambiato il linguaggio del teatro in ogni parte del mondo. Dal 2012 le due pièces sono riproposte da una generazione di attori e danzatori più giovane che, grazie alla sua propensione per la velocità e i nuovi media, le rende forse ancora più radicali di quanto non fossero. Mount Olympus. To glorify the cult of tragedy, a 24-hour performance, ha avuto la sua prima mondiale al Berliner Festspiele, nel luglio 2015. È un progetto monumentale e dal forte impatto visivo nonché concettuale, che prevede la messa in scena di trenta performers e di quattro generazioni e che, dopo oltre trent’anni di esperienza, ripropone e amplifica ogni aspetto del teatro di Jan Fabre. Le sue performances teatrali sono perlopiù basate su figure vitali e trasgressive che, dominate dall’istinto e dall’irrazionalità che la società ci ha negato, rivelano le inclinazioni primordiali dell’essere umano.
Nonostante l’importanza conferita alla performance e al teatro, che lo conduce parallelamente alla realizzazione di films (Lancelot, 2004), fin dai suoi inizi i punti di partenza di Fabre sono stati la scrittura e il disegno, che ha sviluppato con uno specifico metodo di lavoro basato sull’utilizzo ossessivo e ripetuto della penna a sfera Bic blu. Tale metodo trae ispirazione dalla teoria dell’“Ora blu” formulata dal noto entomologo Jean-Henri Fabre per indicare il momento di passaggio tra la notte e il giorno, quando gli insetti notturni si ritirano e i diurni si risvegliano, quando tutto si fonde e si trasforma. In questo ciclo di opere dagli anni Settanta agli anni Novanta, Jan Fabre utilizza l’inchiostro blu della penna biro, per disegnare su stoffa, carta, fotografie, oggetti, pareti e persino su un’intero castello (Tivoli, 1990).
In linea con la dimensione metamorfica intrinseca al concetto di “Ora blu”, Fabre si è anche dedicato al disegno utilizzando i propri liquidi corporei, al fine di evocare uno svuotamento e dunque un’inevitabile trasformazione di sé. Nel 1978, in My body, my blood, my landscape, disegna con il sangue per sottendere al sacrificio dell’artista volto al raggiungimento di una creazione autentica. Nel corso degli anni, disegna inoltre con lo sperma, l’urina, le lacrime, il sudore per alludere al corpo fluido e alla sua energia vitale e creativa.
Basandosi sullo studio del mondo animale, la teoria dell’“Ora blu” lo conduce ad utilizzare quali elementi d’immagine alcune specie animali, conferendo loro una valenza simbolica: la tartaruga, per la sua corazza, è simbolo della protezione dal mondo esterno e al tempo stesso una pietra oracolo; il gufo è invece l’animale-feticcio, simbolo di saggezza, di chiaroveggenza e messaggero della morte. I veri protagonisti dell’universo artistico di Fabre sono tuttavia gli insetti: in particolare i coleotteri e soprattutto lo scarabeo stercorario. Non avendo subito grandi variazioni nel corso dei secoli, lo scarabeo è da considerarsi il guscio delle memorie più antiche della storia dell’umanità, oltre ad essere per tradizione simbolo di morte e al contempo di metamorfosi. Non a caso le elitre dei coleotteri gioiello costituiscono la più imponente installazione permanente dell’artista (Heaven of delight), che nel 2002 ha infatti rivestito l’intero soffitto della sala degli specchi del Palais Royal di Bruxelles, i cui colori cangiano continuamente al riverberarsi della luce.
Attraverso questa opera Fabre ha cercato di visualizzare la capacità cangiante del reale, riflettendo sul concetto di perpetuo mutamento, sullo sconfinamento tra la vita e la morte, tra uomo e animale, tra luce e ombra, tra sogno e incubo, tra bellezza e orrido.
Ad essere sempre messo in scena nei suoi lavori è l’attimo in cui avviene un cambiamento nel reale: attraverso media diversi, Fabre effettua un mutamento del visibile (fogli, tele, oggetti, corpi, ma anche spazi pubblici come il Musée de la Chasse et de la Nature di Parigi – La Nuit de Diane, 2007 – e lo ZOO di Anversa – A tribute to Mieke, the tortoise e A tribute to Janneke, the tortoise, 2012). Alla stregua di un alchimista, trasforma così tutto ciò che tocca, facendogli perdere materialità e innescando per empatia un cambiamento anche nella mente dello spettatore. Da qui l’interesse per il cervello, considerato la parte più “sexy” del corpo, divenuto soggetto centrale di alcune mostre quali Anthropology of a Planet (Palazzo Benzon, Venezia, 2007), From the Cellar to the Attic. From the Feet to the Brain (Kunsthaus, Bregenz, 2008; Arsenale Novissimo, Venezia, 2009) e Pietas (Nuova Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia, Venezia, 2011).
Ulteriori importanti personali attraverso cui l’artista ha confermato la posizione di rilievo da lui assunta all’interno del panorama artistico internazionale, sono: Homo Faber (KMSKA, Anversa, 2006), Hortus/Corpus (Kröller-Müller Museum, Otterlo, 2011) e Stigmata. Actions & Performances 1976-2013 (MAXXI, Roma, 2013; M HKA, Anversa, 2015). La sua famosa serie L’ora blu (1977–1992) è stata esposta al Kunsthistorisches Museum a Vienna (2011), al Musée d’Art Moderne di Saint-Étienne (2012), e al Busan Museum of Art (South Korea, 2013); la serie dei mosaici intitolata Tribute to Belgian Congo (2010–2013) e Tribute to Hieronymus Bosch in Congo (2011–2013) sono state già esposte al Palais des Beaux-Arts a Lille (2013) e al PinchukArtCenter in Kiev (2013).
Fabre è inoltre il primo artista contemporaneo ad aver esposto da vivente al Louvre (L’ange de la métamorphose, Parigi, 2008) e ad essere stato invitato a tenere una grande personale (prevista per il 2016) al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo. Il 18 novembre 2015 la Cattedrale di Nostra Signora di Anversa ospiterà una sua scultura in bronzo di Jan Fabre, The man who bears the cross (2015). È la prima volta in più di cento anni che un’opera d’arte viene acquistata dalla Diocesi e sarà installata in relazione diretta con la Deposizione dalla Croce di Peter Paul Rubens (1611-1614).