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Mauro Betti
(Cascina 1951)
Mauro Betti nasce nel 1951 a Cascina (PI), qui segue i corsi dell’Istituto
d’Arte, per poi diplomarsi all’Accademia di Belle Arti di
Firenze, dove tuttora insegna. Dopo un primo periodo in cui si occupa
principalmente del design di oggetti e mobili, dai primi anni Ottanta
si dedica esclusivamente alla pittura. In questo primo periodo lavora
esclusivamente sulla carta, con matite, pastelli e cere, di cui presenta
una prima esposizione nel 1984 alla Galleria Il Ponte di Firenze. Prosegue
su questa linea per quasi tutti gli anni Ottanta, per poi affrontare
la tela, prima attraverso la materia della pittura ad olio, poi dedicandosi
sempre più a lavorare con gli smalti sintetici. In questi anni
il suo lavoro viene presentato attraverso quattro cataloghi monografici
alla Galleria Il Ponte, con cui partecipa anche alle Fiere di Milano
e di Bologna.
«[...] le ultime opere di Mauro Betti rappresentano il necessario
approdo [...] alle suggestioni di un segno che non rinuncia a farsi tramite
di giocose incursioni nella realtà. Infatti, mentre la superficie
sperimenta l’ebbrezza di grandi campiture, interrotte solo di tanto
in tanto dall’inserimento di tasselli cromatici, nello spazio della
tela si avventurano frammenti figurali, schegge impazzite di un repertorio
visuale ludico, dove un cinghiale in corsa può lasciare il posto
all’immagine ricorrente di un pulcino, così come a una stella
che sembra caduta più che dal cielo da un albero di Natale.
A presiedere a questi viraggi in ambito figurale, a queste apparizioni
non è alcun intento didascalico, non è alcuna ragione narrativa.
Sono incursioni nel reale che valgono come ludica affermazione di libertà allusiva,
di ironia del dire [...].
Mauro Betti costruisce pazientemente il palcoscenico sul quale si avventurano
questi emblemi figurali. La superficie delle opere è data dalla
sovrapposizione di frammenti di tele, che spezzano l’uniformità del
fondo con il tattile isolamento di diverse porzioni del piano, percorso
da increspature e rilievi lungo le linee di giuntura. L’uso di
smalti industriali e soprattutto di colle pastose enfatizza i rilievi,
che propongono così, al di sopra della mantenuta monocromia superficiale,
una spazialità composita, dai ritmi geometrici, sulla quale Betti
interviene poi con l’inserimento di tarsie cromatiche, che valgono
come ritmiche alterazioni dello spazio oppure come contrappunto informale
a bilanciare l’invasione da parte dell’elemento figurale.
La stratificazione del piano, simbolica rappresentazione della durata, è accentuata
dalla frequente presenza di elementi grafici, di lettere e numeri che
simulano un tentativo di scrittura, l’incompiuto affiorare di un
segno che non è ancora parola. O non è più. L’ineffabilità di
questi elementi segnici si lega idealmente al misterioso tono affabulatorio
dei titoli. Il sognatore immobile, Atakama, Ounara.
Criptici, ironici, suadenti grimaldelli lessicali che non bastano a svelare
l’enigma che le tele di Betti propongono [...]».
(dal testo in catalogo di Marina Pizziolo, Edizioni Il Ponte, Firenze,
2002)
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