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Giuseppe Chari
Mi hanno cercato
a cura di Andrea Alibrandi
4 Marzo – 6 Maggio 2006
CATALOGO: f.to 30x21,5 cm, 96 pag., con foto riprodotte
in b/n. Intervista a Giuseppe Chiari di Andrea Alibrandi, un testo poetico
di Marco Badi, biografia di Susanna Fabiani. Edizioni “Il Ponte” Firenze.
La galleria Il Ponte prosegue la stagione espositiva con un’esposizione
dedicata a Giuseppe Chiari in occasione dei suoi ottant’anni.
Uno dei grandi protagonisti di Fluxus prima, poi del Concettuale
e delle Performances, che, muovendo da discipline diverse, ha indicato
nuove posizioni teoretiche e pratiche nei confronti dell’arte.
Il suo modo di affrontare il problema artistico é sempre dissacrante
e sul filo del rasoio fra il fare e non fare, fra il dire e non dire,
muovendosi attraverso comportamenti alternativi e con continui sconfinamenti
dalla specificità dei linguaggi.
La mostra orchestrata come spazio ambientale determinato dagli interventi
dell’artista, si sviluppa attraverso il recupero di materiali (spartiti,
foto, scritte) che dall’inizio degli anni Sessanta giungono fino
ad oggi. In questa occasione si potrà trovare o perdere, in un
unico grave movimento, il filo conduttore che lega oltre quarant’anni
di lavoro concettuale sull’arte, attraverso le sue celebri
frasi, statements.
La messa in scena è ideata non in una chiave retrospettiva o didattica,
bensì come un’opera unitaria, composta da numerosi tasselli,
che si chiudono con un intervento sul pianoforte, strumento musicale
per eccellenza, emblema di tutto il conformismo sonoro, dissacrato e
osannato da Chiari in un continuo rapporto di amore-odio.
Biografia
di Giuseppe Chiari
Da una conversazione con Giuseppe Chiari
Andrea Alibrandi: intervista del 25 gennaio 2006
Andrea Alibrandi: Nel tuo
percorso biografico salta agli occhi come un artista che si propone
inizialmente come “compositore”, faccia le sue prime sortite
pubbliche, che avvengono nel 1962, non in sale da concerto, ma in alcune
delle principali gallerie d’arte contemporanea del tempo: alla
Galleria Blu di Milano con Gesto e segno, alla Galleria
La Salita di Roma con Gesti sul piano e sempre a Roma, alla
Galleria Numero, con Musica e Segno.
Giuseppe Chiari: Negli anni Cinquanta ho una vita
artistica privata, sono uno che scrive, disegna, ma soprattutto compone
e molte composizioni sono scritte non più su pentagramma,
ma su una carta qualsiasi, spesso anche con tratti geometrici.
Frequento ambienti di amici poeti, Lamberto Pignotti, Sergio Salvi, che
mi portano da Paszkowski, al tavolino di Bigongiari, Luzi, dove vengo
accettato. Lì conosco Giorgio Bonsanti, direttore della rivista Letteratura,
dove in seguito ospiterà un mio articolo, Il suono non è suono (Roma,
91/92, 1968), e rileggendolo mi stupisco di avere già allora idee
così chiare, non molto diverse da quelle di oggi.
In questi anni conduco fondamentalmente una vita artistica da caffè,
sono una figura di poeta da caffè: perché da Paszkowski
si può fare tutto, si può arrivare con un disegno, con
una composizione, recitare una poesia,…
Durante una di queste serate partecipo in Palazzo di Parte Guelfa a Firenze
a un dibattito di compositori sovietici, che girano il mondo per parlare
male di Schönberg e della dodecafonia. In questa occasione conosco
Pietro Grossi, professore di violoncello al Conservatorio Cherubini,
che, finita la serata, mi invita a casa sua. Questo invito cambia la
mia figura di artista. Grossi mi dà una struttura più scolastica,
burocratica direi. Non si interessa minimamente alla mia musica, non
vuol dare giudizi estetici, si interessa di principi. Quando gli faccio
capire che scrivo musica secondo principi miei, matematici, aritmetici,
di combinazioni, così un po’ alla dodecafonia, ma una dodecafonia
estremamente libera, in maniera seriale, prende atto che sono questo
tipo di compositore e a lui basta. É una vita che cerca di spiegare
in conservatorio con estrema timidezza che si può scrivere della
musica con una tecnica combinatoria.
Nel 1961 mi coinvolge nella fondazione di un’associazione musicale ”Vita
musicale contemporanea”, ma non è un’associazione
teoretica, è fattiva, si organizzano concerti, conferenze, dibattiti.
Attraverso questo lavoro di coordinamento vengo in contatto con molti
artisti, fra questi Sylvano Bussotti, con cui sviluppo una concreta collaborazione;
ma è soprattutto dal suo amico Heinz Klaus Metzger, esperto di
filosofia e musica contemporanea, che attingo un’enorme quantità di
informazioni. Prendo da lui a man bassa, perché sono avido di
cognizioni, di intendere la musica di altri. Questa messe di conoscenze
alla lontana mi permette di entrare in Fluxus. Perché a
Fluxus non si chiede molto, ma si chiede gente che sappia cosa succede
nel mondo, estremamente informata.
Fluxus poi è un vero e proprio crogiuolo; nasce da
un’idea di George Maciunas, artista lituano mezzo dada, amico
di poeti concreti, che vive nell’East Village di New York. Viene
in Europa e qui contatta e va a trovare artisti già affermati
come Vostell, Spoerri, Robert Filliou, Jean Jacque Lebel, e propone
loro di intervenire durante una serata, il Festival Fluxus appunto,
che nasce come festival musicale. Chiede a questi artisti non di replicare
le loro opere, ma di fare qualcosa di teatrale; e a ognuno dà uno
spazio temporale di circa dieci, quindici minuti. Non tutti accettano,
ma per quelli che lo fanno è fondamentalmente una sfida. Quando
Maciunas chiede a Metzger informazioni riguardo gli artisti italiani,
quest’ultimo gli risponde che in Italia, disponibili a partecipare
a questi festivals, possono essere, oltre a Bussotti, Chiari, Castaldi
e un cineasta che si chiamava Carpi, che scompare poco dopo; Castaldi
poi ha sempre rinnegato Fluxus, rimangono Chiari e Bussotti.
Maciunas mi scrive; gli rispondo che sono entusiasta di partecipare
e gli mando alcune partiture, per le quali mi richiede la traduzione
delle istruzioni in inglese e la riduzione ad un unico foglio, per
poterne fare molte copie.
A.: Pensando alle nostre e-mail e alla
velocità della comunicazione contemporanea, ci si stupisce di
come abbia potuto prender corpo una così fitta rete di contatti.
C.: E’ tutto posta, è tutto
ciclostile e poi fotocopia; Maciunas dice che se non ci fossero state
le fotocopie, non ci sarebbe stato Fluxus. La riduzione
dell’intervento a un media così semplice e di così ampia
diffusione diviene uno dei caratteri formali del Fluxus e
mio. Io non posso arrivare a Wiesbaden, ma la mia opera sì,
e il pianista Frederic Rzewski eseguirà il mio pezzo.
Siamo all’inizio delle performances, ma non sono ancora
tali, sono degli happenings. E le serate erano appunto denominate Happening & Fluxus.
Ma per rispondere alla tua domanda iniziale, a questo punto sono un musicista
di musica contemporanea, sono magari uno scrittore, vengo considerato
un poeta, frequentando Luzi, Pignotti, Miccini uno che scrive della poesia
automatica, le mie composizioni vengono usate anche come letteratura
contemporanea, perché sono strane. Non sono un pittore, se vogliamo
farne una questione sindacale; lo divento poco dopo, perché lavoro
con la china, ho molto chine su pentagramma, su pagina, su carta trasparente
e ho anche tanta fotografia, perciò un lavoro di tipo visivo c’è già,
anche se io lo considero ferocemente......
Le mostre che tu hai indicato mi avvicinano al mondo della pittura e
quella alla Galleria Numero di Roma, Musica e segno, è una
mostra di partiture musicali che faccio con Sylvano Bussotti. Queste
partiture rappresentano un cambiamento di lettura, di impostazione della
partitura musicale, non solo perché realizzate con segni speciali
al di fuori del pentagramma. Adesso quanto viene trasmesso come partitura
musicale potrebbe essere un quadro informale, quasi esclusivamente in
bianco/nero, ma comunque è tutto materiale visivo. Queste “opere
visive” girano il mondo, dalla Galleria Numero di Roma approdano
fino agli Stati Uniti, principalmente a Buffalo, dove riscontrano grande
successo. Ci sono delle mie partiture per violoncello, per pianoforte
che sono a base di segni, sono un quadro informale e si possono scambiare
per pittura segnica.
A.: Si può quindi vedere nel tuo
lavoro di “compositore visivo”,un riferimento alla pittura
informale?
C.: Io simpatizzavo molto per
l’informale, a me l’informale piace e Renato Ranaldi,
che di pittura se ne intende, quando vide le mie opere disse che
la sostanza pittorica del mio quadro è informale.
C’è un’importante convergenza tra informale e improvvisazione:
l’informale si basa molto sull’improvvisazione, sulla casualità,
e questa è all’interno dell’opera di John Cage, che
in un certo senso è tutta informale. Io scrivo un pezzo per clarino
dicendo suona quello che ti pare. Viene considerato un gesto
provocatorio, un gesto come al solito alla Chiari. Io lo scrivo convinto: prendi
il clarino e improvvisa. Ho fatto dei numeri speciali sull’improvvisazione
in Germania e in giro per il mondo. L’improvvisazione è in
pratica una tecnica pluridisciplinare, la scrittura automatica in letteratura,
la gestualità in pittura, la musica d’azione nel
mio Il metodo per piano. Questo in parte mi collega all’ambiente
delle gallerie.
A.: Le tue partiture segniche erano ancora
pensate per essere eseguite?
C.: Erano partiture ideate per strumenti,
per violoncello, per chitarra,... sono state anche eseguite, dentro
c’era un’idea di musicale, ma è anche musica gestuale,
visiva, dove si rompe il diaframma fra suono e rumore, fra spazio e
tempo.
Un altro elemento modifica sostanzialmente la situazione: queste partiture
segniche ricevono alcune offerte di acquisto. Siamo in una galleria a
Roma, Genova o Napoli, non ricordo bene, mi telefona il gallerista e
mi chiede se La cancellazione di Beethoven è in vendita.
A.: L’incontro con il mercato, con
un pubblico che desidera il possesso di queste partiture, modifica
in qualche modo il significato dell’opera?
C.: In parte si e in parte no.
Il primo pezzo venduto è Für Elise, è la
prima pagina della composizione per piano solo di Beethoven, dove
vengono cancellate dieci note. Questo pezzo esce sulla copertina
di una piccola rivista napoletana, diretta da Luca Castellano. E
arrivarono delle offerte, fu scambiato per un quadro. Quindi loro mi
hanno cercato, come recita un mio pezzo concettuale. Io ho accettato
il mercato, ma nello stesso tempo non lo ho mai accettato fino in
fondo.
A.: C’è in qualche modo un
incontro tra Chiari, musicista contemporaneo, che stravolge l’idea
di partitura, l’idea stessa di musica e quanto sta succedendo
all’interno della dimensione figurativa e visuale, di cui fai
ormai parte a pieno titolo. La negazione dell’informale, del
gesto pittorico, la scomparsa del colore procedono parallelamente all’affermarsi
della situazione concettuale e tutto ciò in che modo ti viene
a coinvolgere?
C.: L’andazzo concettuale
porta in quel periodo molto bianco e nero nell’ambiente pittura,
se usi il colore sembra che tu commetta peccato mortale. Questo in
definitiva mi aiuta perché gran parte del mio lavoro è a
china, quindi in bianco e nero ed è quello che mi fa in qualche
modo accettare. Siamo prima del 1968, sembra tutto difficile, ma
alla fine avevamo un’enorme disponibilità nel portare
avanti le nostre idee, il nostro sentire. In questo momento mi trovo
al centro di una situazione in cui ti cercano tutti e tutti si stupiscono
che tu abbia i cassetti pieni di questa roba (carte con appunti,
dichiarazioni, segni in bianco e nero, fotografie). Lo spettro del
concettuale è abbastanza largo: tutto sommato la frase L’arte è facile è accreditata
da Kosuth come concettuale, perché io considero “pittura” scrivere
a china L’arte è facile su un foglio di carta,
che incornicio e metto al muro. Il gesto è concettuale, perché io
ho una frase, ho un concetto, però ritengo che debba diventare
quadro.
A.: Questo trasforma la partitura-gesto
in una frase concettuale?
C.: In realtà la frase L’arte è facile battuta
a macchina non viene mai venduta, mentre interessa la scritta a mano,
il segno calligrafico della china: “mi piace il gesto che lui
fa”. Intanto però passa anche l’idea, passa anche
il concetto. A guardar bene il mercato si rifà vivo dicendo:
non voglio la battitura dattiloscritta, neanche ingrandita, voglio
il gesto di Chiari, che è ancora un gesto informale. E io ci
credo in definitiva. A me non interessa il concettuale in se stesso,
mi interessa come veicolo. La moda del concettuale mi permette di mettere
alla Galleria di Toselli del bianco e nero.
A.: Il gesto informale della tua scrittura
rimane perciò vitale e attraverso questo gesto passa l’idea,
tutto ciò viene riconosciuto e accettato dall’ambiente
artistico del momento come concettuale.
C.: Io ho le mie idee, mi interessa
trovare lo spazio che le accetti. Non mi interessa che il mio lavoro
venga riconosciuto o meno come concettuale. Quello che volevo io,
cioè che la mia musica venisse suonata nei concerti di musica,
avviene raramente e lo è sempre di più se la esegue
l’autore. Perché anche la mia musica ha questo percorso.
A.: Quindi, come scrive Gillo Dorfles,
il tuo lavoro ha la necessità della presenza narcisistica dell’autore,
del suo gesto, perché «(Chiari) ha individuato nella manipolazione
della propria corporeità e nella programmazione d’una
processualità ideativa, la matrice di un’attività estetica» (In
Il metodo per suonare di Giuseppe Chiari, Torino 1976). Ecco perché la performance assume
tale importanza.
C.: Le cose non sono mai così semplici.
La performance è un faccenda di spazi, di rituali,
la performance avviene in una galleria d’arte, al
Teatro Comunale di Firenze non si possono fare perfomances.
Anche se io la eseguissi, diventa un concerto. E’ lo
spazio, il contenitore che dà il senso: se io eseguissi alla
Galleria Il Ponte I gesti sul piano è una performance
al piano, se io lo eseguo al Conservatorio Cherubini è un
concerto di improvvisazione e come tale, può essere considerato
scandaloso ed essere espulso. Alla galleria Il Ponte, viene considerato
normalissimo, come i soliti gesti informali, che invece di essere
eseguiti sulla tela, vengono eseguiti sul pianoforte.
Anzi la cosa incredibile è che mentre io eseguo il concerto per
pianoforte alla Galleria Toselli – e ci sono situazioni in cui
io considero il suonare, stare a un metro e mezzo dal pianoforte e rimanere
così fermo per due minuti –, il pubblico è così esigente
che mi fa delle critiche da sinistra: “dovevi essere ancora più pazzo,
anche se tu batti a caso la struttura di Beethoven persiste, certi tempi,
certi accenti sono gli stessi”, e alla fine mi fa notare che in
alcuni casi è ancora banale musica romantica, non è musica
concettuale. Contemporaneamente alla Scala si esegue un’opera di
Shostakovich, dove l’orchestra con le percussioni mima sul palcoscenico,
a luci abbassate, il ritmo di un amplesso, la cosa viene considerata
scandalosa. Cioè ci sono delle norme accettate: lo stesso pubblico
in luoghi diversi ha aspettative diverse. A me fa notare che sono stato
troppo romantico e alla Scala si scandalizza, quindi è una faccenda
di spazi. Le performances sono legate a delle convenzioni.
Comunque quello delle performances è un altro grande
mondo che mi accoglie e mi accetta. La Krinzinger organizza nel 1978
al Österreich Kunstverein di Vienna il Internationales Performance
Festival, che poi trasporta in giro per l’Europa. Assieme
ad Acconci, a Nitsch e ad altri cinque o sei nome base, c’è anche
Chiari. L’anno successivo al Centre Pompidou si tiene L’art
corporel: arrivo lì con il mio foglio e lo strappo lentissimamente.
Anche in questo caso torna in evidenza l’improvvisazione. La stagione
delle performances, successiva al concettuale, passa e non lascia
una grande impronta di mercato, se non delle serie di fotografie.
A.: Le tue frasi sono dichiarazioni icastiche,
dove giochi fra provocazione e non senso. Alle loro spalle c’è un
lungo cammino; è come se le partiture per suonare uno strumento,
si fossero spogliate delle consonanze con l’esecuzione, per prendere
la forma di aforismi. Ma in queste asserzioni tu continui a relazionarti
con il tuo interlocutore, quasi che il lettore stia per assumere il
ruolo di esecutore e dovesse interpretare lo spartito che il tuo testo
rappresenta: Nei tuoi statements, come in tutta la tua arte, per dirla
con le parole di Ada Lombardi è presente «un “progetto
politico”, che è l’affermazione dell’individuo
stesso e della sua “autorità” nell’esistere
e nel determinare la propria realtà d’artista. Un progetto
individuale che si rivolge ad altrettanti individui autorevoli, chiamati
a partecipare come pubblico “attivo”, e a “giocare” un
gioco dell’arte “facile”... il pubblico diventa uno “strumento
attivo” e la musica puro pensiero individuale, una “riappropriazione” di
ciascuno...(La scelta trasgressiva di Giuseppe Chiari, Napoli
2005, pp. 42,43)».
C.: Non è che voglio vincere
la rivoluzione. Non è che voglio trasformare e educare, il
mio compito non è educare. L’educazione che dà l’arte è indiretta.
In questo momento mi fa fortuna la frase che dice Ti piace la
Sacra Famiglia dell’Impannata e quella della Zingarella
del Boccaccino, che riscuotono grande successo. Però non
le comprano, mentre comprano i collages colorati. Ne devo tenere
conto, lo schedo come fatto storico. Queste frasi valgono come pubblicità,
sono una battuta pubblicitaria. Acquistano il pezzo dove c’è il
colore perché io ho fatto la Zingarella del Boccacino,
perché gli rinnova la pubblicità. Tu compri il latte,
non la battuta pubblicitaria che te lo ha reso noto.
Ufficio stampa Susanna Fabiani: catalogo e materiale
fotografico disponibili su richiesta
susy@galleriailponte.com
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