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PAOLO SCHEGGI
ferri - tele - carte
una retrospettiva 1957 - 1971
a cura di Bruno Corà
6 ottobre 2007 – 19 gennaio 2008
orario:
16/19.30 – chiuso sabato e festivi
INAUGURAZIONE:
sabato 6 ottobre 2007, ore 18.00
CATALOGO: f.to 21,5x30 cm, composto da circa 160 pagine con oltre 100
riproduzioni a colori, stampato in quadricromia e rilegato in brossura
con copertina stampata a colori e plastificata. Testi di Paola Bortolotti,
Bruno Corà, Lara Vinca Masini, Elisabetta Scheggi; nota biografica di
Susanna Fabiani. Il volume bilingue (italiano e inglese), è pubblicato
a cura delle Edizioni Il Ponte Firenze.
La galleria Il Ponte e la galleria Tornabuoni inaugurano la stagione
espositiva autunnale con una retrospettiva dedicata a Paolo Scheggi.
Del suo intenso ma breve percorso creativo, che dalla fine degli anni
Cinquanta giunge fino al 1971, anno della sua prematura scomparsa,
viene presentato un nucleo di opere pressoché inedite: dalle Lamiere
policrome del 1958 alle Intersuperfici curve a zone riflesse realizzate
con tele sovrapposte, fino Strutture modulari in cartoni fustellati
del 1970 e un corpus di oltre cento carte dal 1957 al 1962.
Fin dai primi ferri, tagliati, sovrapposti, piegati, dipinti, antecedenti
al 1960, e dalle prime opere su carta in cui è ancora chiaro il suo
tentativo di allontanarsi dalla tradizione informale, si evidenziano
gli elementi fondamentali della suo percorso artistico. Con il 1962
Scheggi approfondisce la ricerca nel linguaggio plastico attraverso
la “contraddizione dialettica tra spazio e oggetto, (del)la definizione
per assurdo (la sola possibile) del vuoto”. Nascono così le prime Intersuperfici
curve a zone riflesse. Attraverso l’utilizzo di tele sovrapposte accentua
il dato tridimensionale; le buca realizzando dei vuoti rotondi dai
contorni perfetti, arricciando i bordi verso l’interno. Quando la struttura
spaziale è pronta, dipinge il tutto con un colore unico: rosso, nero,
blu, arancione,… Nella seconda metà degli anni Sessanta l’artista realizza
per lo più Intersuperfici modulari a strutturazione geometrica regolare
dove il taglio è guidato da precisi intenti geometrici e il ritmo dei
moduli prevale: la ripetizione in serie di aperture circolari regolari,
sovrapposte in diverse combinazioni, crea effetti di profondità.
La superficie quale elemento cromatico rifrange la luce, lo spazio
come attraversamento, nelle sue molteplici profondità, determina una
percezione diversa. Restituire un’unica dimensione spazio temporale
interna all’opera, di cui lo spettatore è parte attiva, fino a renderlo
partecipe dell’opera stessa nell’azione performativa. Questo il fulmineo
e preveggente percorso di Scheggi.
Biografia
Paolo Scheggi nasce a Settignano nel 1940 e a Firenze frequenta l’Istituto
Statale d’Arte e l’Accademia di Belle Arti. Ancora giovanissimo, già
tra il 1958 e il 1960, realizza le prime opere in lamiera, che vennero
esposte nel 1960 alla galleria Numero di Firenze e le prime tele -
Itinerario plastico prestabilito è la sua prima personale del 1961
alla galleria Vigna Nuova di Firenze -, che anticipano quelle sovrapposte
degli anni successivi.
Scheggi si muove dalle ultime tendenze dell’Informale e del New Dada
per allontanarsene immediatamente, come si allontana dall’ambiente
fiorentino, troppo provinciale per un artista curioso e vorace di nuove
esperienze. Si stabilisce temporaneamente a Londra (dove conosce le
opere di Mondrian e Arp) e vi frequenta un corso di Visual Design.
Dal 1961 è a Milano, centro nevralgico dell’arte contemporanea. Qui
sotto la presenza imperante di Fontana si respira grande fermento e
l’artista vi stabilisce un saldo rapporto di lavoro e d’amicizia con
un gruppo di giovani, Alviani, Bonalumi, Castellani, Manzoni, che stimolati
dai percorsi artistici di Pollock, Max Bill, Klein, operano in opposizione
all’Informale. Essi vennero definiti da Gillo Dorfles “artisti oggettuali”,
creatori cioè di “quadri-oggetto” che superavano la pittura figurativa
o astratta, fatta di impasti cromatici e materici. Nel 1962 la sua
personale alla Galleria Il Cancello di Bologna é presentata da Lucio
Fontana.
Nei soli tre decenni della sua vita (muore di una malattia cardiaca
di cui è già a conoscenza nel 1971 a Roma) e particolarmente dal 1964,
anno in cui sposa Franca dall’Acqua, Scheggi condensa un lavoro che,
dai primi esperimenti alle ultime “azioni”, rivela il raggiungimento
di grande maturità e coerenza artistica. Già dai primi anni Sessanta
i suoi interessi si rivolgono oltre che alla pittura, all’architettura,
alla letteratura (vedasi la fondazione e la collaborazione a riviste
quali Il Malinteso, nel 1960, a Marcatrè nel 1965, a Nuova Corrente
nel 1967, a In nel 1969 e la stesura di un romanzo di poesia visiva
dal 1962 al 1965) e al teatro.
Nel 1962 a Milano, nell’atelier sartoriale di Germana Marucelli (personaggio
di spicco della moda italiana del tempo, artefice della diffusione
dello stile optical in questo ambito), sperimenta in architettura il
suo progetto di integrazione plastica: moduli spaziali intercambiabili
con i quali trasformare lo spazio secondo le diverse esigenze. Lo spazio
stesso deve assoggettarsi alle necessità di ricerca formale e di rigore
spirituale dell’artista, che esige l’interconnessione tra pittura,
design, grafica, architettura e moda. «…Creare un’intersuperficie che
raccolga oltre allo Spazio/Tempo anche il senso totale dell’architettura
per un “nuovo uomo”…, progettare diventa imperativo assoluto». Si sviluppano
i legami con l’architettura, con Mendini e Olivieri impegnati nelle
ricerche sulla “progettazione totale”; progetta con Nozzoli Unità di
abitazione CECA e l’ampliamento urbano di Bratislava. «L’arte e la
società, oltre l’oggetto, in un spazio infinito e fruibile».
Nel 1964 ha luogo la sua prima personale all’estero, alla galleria
Smith di Bruxelles, cui ne seguono molte altre, tra le quali si ricordano,
nel 1966, Section Constructiviste nel “XXI Salon de Realitées Nouvelles”,
presso il Museo di Arte Moderna di Parigi; Nueva Tendencja Italiana,
curata da Umbro Apollonio per il Museo di Arte Moderna di Buenos Aires;
Weis auf Weis alla Kunsthalle di Berna; Realtà dell’immagine e strutture
della visione, curata da Maurizio Calvesi alla galleria Il Cerchio
di Roma. Viene invitato alla XXXIII Biennale di Venezia. Critici importanti
seguono costantemente il suo lavoro, da Celant a Trini, da Bonito Oliva
a Fagiolo dell’Arco, ad Argan.
Nel 1967 crea Intercamera Plastica, modalità inter-spaziali per integrazioni
plastiche all’architettura. Lo spazio si modula, l’opera diventa percorribile.
Partecipa a progetti architettonici importanti e i suoi lavori sono
esposti all’Expo 67 di Montreal, alla Biennale di Parigi, al Museo
Sperimentale d’Arte Contemporanea e alla Galleria Civica d’Arte Moderna
di Torino, al Museum of Modern Art di Copenaghen. Riceve la cattedra
in Psicologia della Forma all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila.
I suoi ultimi lavori si legano sempre più alla ricerca in ambito performativo,
confermando che la funzione di pittura e scultura sta virando verso
espressività che hanno a che fare col teatro ed altre forme di comunicazione
‘visiva’. La rappresentazione come ‘altra arte’ gli permette di riunire
tutto ciò a cui si è sempre dedicato: pittura, scultura, architettura,
oggetti e ambiente, gesti e coordinamento, per raggiungere un’esperienza
totale. Nel 1968 si occupa attivamente di teatro sperimentale col Piccolo
di Milano, curando gli Interventi Plastico-Visuali dello spettacolo
Visita alla prova dell’Isola purpurea di Bulgakov+Scabia; viene presentata
l’azione Garone e Geremia s.p.a., con Gambone, Isgrò e Sacchi alla
Galleria d’Arte Moderna di Bologna e Autospettacolo, in mostra a Carole
(1969). Inizia l’uso degli “alfabeti”, la scena dello spettacolo è
disseminata di enormi lettere/suono/parola, vere performances, come
l’operazione Oplà-Stick del 1969 (Passione secondo Paolo Scheggi, “azione-teatro”,
presentata al Naviglio di Milano e ripetuta poi a Zagabria durante
la manifestazione Nouvelle Tendance) e Oplà dalla galleria Flori per
le strade di Firenze, con la presenza di lettere-personaggi. Dies Irae,
Inquisizione secondo Paolo Scheggi e Franca Sacchi, viene presentato
al Teatro Manzoni di Milano, al Teatro del Palazzo degli Estensi a
Varese, allo Space Electronic di Firenze. In Marcia funebre o della
geometria, processione secondo Paolo Scheggi, presentato in Piazza
Duomo a Como per la manifestazione “Campo Urbano”, Scheggi presenta
un funerale come opera d’arte – una celebrazione alla morte per sé
e per tutte le cose ordinate geometricamente.
Nell’anno successivo (quello dei progetti con Vincenzo Agnetti Il Trono
per la galleria Mana-art-market di Roma e Il Tempio), con 7 spazi recursivi
autopunitivi per 7 spazi neutri prende spazio la sfera simbolico-politica;
realizza La tomba della geometria per la mostra Amore mio a Montepulciano,
La Piramide per la mostra Vitalità del negativo a Roma e nell’esposizione
dell’Eurodomos di Milano dedica l’ambiente “Ondosa” alla nascita della
figlia Cosima-Ondosa-Serenissima.
L’ultima mostra-lavoro plastico del 1971 è al Naviglio Seiprofetiperseigeometrie
che con Tomba della geometria verrà presentata alla XXXVI Biennale
di Venezia nel 1972.
Nei decenni successivi, tra le mostre postume si annoverano quella
alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna (Bologna, 1976), alla Sala
d’Arme di Palazzo Vecchio (Firenze, 1983), alla Galleria del Naviglio
(Milano, 1990), alla Galleria Niccoli (Parma, 2002) e nell’anno corrente
alle Gallerie Colossi (Chiari), Il Ponte e Tornabuoni (Firenze).
Ufficio stampa Susanna Fabiani: catalogo e materiale fotografico
disponibili su richiesta
susy@galleriailponte.com
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