Mauro Betti, Pescerosso, galleria Il Ponte_01
Mauro Betti, Pescerosso, galleria Il Ponte_02
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MAURO BETTI Biografia
a cura di MAURO PANZERA Sfoglia il Giornale
7 ottobre – 11 novembre 2011

La mostra di Mauro Betti che apre la stagione autunnale della galleria Il Ponte è una mostra di pittura costruita su e per questo spazio espositivo, dove gli elementi pittorici si impossessano di luoghi e collocazioni insolite. Come nell’andamento della pittura di Betti la tradizione di una pittura aniconica e monocroma lascia trasparire e affiorare inattesi lacerti di immagini, con lo stesso ritmo ha preso corpo la costruzione di questa esposizione.

Testo di Mauro Panzera in catalogo:

Il campo visivo, di suo, ha un colore e la qualità di quel colore indizia il rapporto visione/realtà. Un tale rapporto è naturalmente molto complesso, molte scienze convergono alla determinazione di un tale rapporto, ma il pittore non ha tempo di trastullarsi tra studi ed ipotesi e poi quel che vede per lui è prima pronuncia, l’abc del pensiero visivo. La realtà stessa è una ipotesi che si costruisce a partire dalle varie pronunce, scientifiche e artistiche, a pari merito.
Ma questo colore poi indizia pure una posizione dentro la storia dell’arte, che per antonomasia è la storia dei colori. Direi allora che la tavolozza di Mauro Betti è coltissima, memore delle ricche vicende tracciate dall’arte contemporanea, almeno a partire dalla cultura pop di sapore inglese, ma vi è presente pure massicciamente la cultura grafica e del fumetto contemporaneo. La civiltà grafica, del pantone, si è sostituita all’enciclopedia della natura, delle stagioni, delle latitudini, che facevano pensare e sognare viaggi, esperienze esotiche, sogni…
Questa tavolozza oggi segna un punto d’arrivo, non so se stazione di transito o acquisizione; ne conosco però la storia, almeno dalle prime prove pittoriche di inizi Ottanta, e mi sento di dire che se le precedenti tappe facevano sorgere relazioni, imprestiti, omaggi e partecipazioni varie a climi artistici già definiti…qui e ora tutte queste pezze d’appoggio cadono come inutili.
Ma, per procedere, il campo visivo non è vuoto o puro come dir si voglia; non siamo ad una riedizione di Monochrome Malerei; e neppure è un sipario che introduce un racconto, una rappresentazione più o meno sacra. Direi però che resta innanzitutto un campo: non proprio d’azione come nel grande Jackson Pollock, ma insomma terra di avvistamenti e di apparizioni. Ed in primo luogo è un campo 3D perché anche i bordi di spessore del corpo quadro partecipano all’attività. I primi avvistamenti sono proprio laterali, campioni di colore che rinviano all’universo delle bandiere – vi ricordate i vecchi atlanti? – ma anche alle prove di colore dei restauratori (nobile e profano vanno a braccetto). Niente più che segnali, cui però va portata attenzione – per mostrare d’essere consapevoli. Circa il loro significato…forse ne sapremo di più alla fine.
Ma quei segnali cromatici compaiono anche sulla superficie dell’opera, nel bel mezzo del campo, dell’agone e continuano a svolgere la funzione di farsi vedere, null’altro. Ma farsi vedere per primi, perché sfoggiano colore, mentre altre presenze, molto rade per altro, si appartano nel nero quasi non pittorico, come disegno progettuale: sono animaletti, riportati con molta passione per la verosimiglianza e segni di scrittura, lettere sillabe a volte parole intere. Il nero per quantità vince il colore, ma entrambi galleggiano nel mare magnum del “monocromo”. Ecco, entrambi galleggiando giocano il medesimo ruolo, quello di certificare che all’origine segno e immagine non sono disgiunti; all’origine il concepimento è uno e poi le vie della civiltà, impoverendosi, hanno distinto, separato. Che sia il tempo del ricongiungimento? Segno e immagine, oriente ed occidente, bersaglio e fragola? E pesci rossi?
E se fossimo specialisti in comunicazione – ora c’è anche una laurea – come potremmo interpretare questi esercizi? Certamente una percentuale di comunicazione si trova in ogni azione umana, quindi anche in una costruzione d’immagine poetica, ma a prescindere da questo universale? L’intero progetto espositivo guadagnerebbe una sua chiarezza dicotomica: da un lato immagini pop totalmente comunicative – pesce + fragola; il bersaglio/occhio è più ambiguo; dall’altro campi di osservazione ermetici, dove il segno parifica i significati sottraendo loro senso. Insomma questa esposizione verrebbe a sembrare un viaggio dal chiaro ed evidente al complesso introverso e ritorno. Infatti non vi può essere direzione alcuna; lo spettatore ora diviene sovrano e sovranamente decide per sé il proprio percorso. Ma è l’artista che tutto abbraccia perché tutto sa.
Viceversa la pittura, che da sempre ha saputo, ora ha il compito di riflettere: sui propri poteri certamente, ma anche intorno alla precarietà della conoscenza. Oggi è da esibirsi non un sapere ma un grado molto alto di consapevolezza – la mitica autocoscienza di un tempo filosofico. L’immagine è un problema complesso: ecco cosa deve dire la pittura oggi. La ricomposizione toccherà forse ad un tempo futuro, ora è necessario analiticamente frammentare per capire. Un avamposto.